Marchi nella storia

 

L’attività orafo - argentiera a Napoli ha sempre avuto un grande rilievo, infatti nel periodo viceregnale la " Prammatica LVII De Monetis" del 19 agosto 1690 imponeva la concentrazione di tutte le attività inerenti la lavorazione dei metalli preziosi a Napoli e nelle zone limitrofe entro un'area di 40 miglia, stabilendo anche il titolo dell'argento legale che,oggi, corrisponderebbe a 833.33 millesimi.
Il titolo del metallo veniva poi garantito da un sistema di controllo che vedeva coinvolte la Corporazione degli Orefici, il Console in carica e l’orafo stesso. Esisteva pertanto una triplice marcatura sugli oggetti in metallo prezioso e ciò per la seguente ragione: la Corporazione degli Orefici, per una tradizione che affondava le sue radici nel medioevo, vigilava sul monopolio dell’esercizio del mestiere, impedendo che artigiani non iscritti alla Corporazione potessero esercitare e, nello stesso tempo, effettuava quello che oggi noi chiameremmo un “controllo di qualità sul processo produttivo” verificando che le materie prime, gli strumenti di lavoro, le tecniche lavorative permettessero alla corporazione il mantenimento di un determinato standard. Il Console, invece, era un artigiano esperto ed affermato, che faceva eseguire il saggio sull’oggetto per verificare che il titolo fosse quello legale e “certificava” ciò con l’apposizione del proprio sigillo. Infine l’orafo apponeva sull’oggetto le sue iniziali attraverso le quali si assumeva la “paternità “ dell’oggetto prodotto.
Il bollo apposto dalla Corporazione fin dal 1690 consisteva nell'abbreviazione "NAP" o "NAPL" o "NA" sormontate da una corona, sottostante a questa iscrizione si trovavano le ultime due cifre dell’anno, dal 1700 in poi le cifre diventarono tre, raramente l’anno era indicato con quattro cifre. Questo tipo di marchio è rimasto in vigore fino al 1808.


 

 

Il bollo apposto dal Console consisteva nelle sue iniziali seguite dalla lettera "C" in un'unica riga, la lettera “C” serviva ad evitare che il bollo consolare fosse confuso con quello dell’artefice dell’oggetto. Il marchio in origine aveva forma rettangolare, successivamente assunse forme diverse: quadrata, tondeggiante, ovale, vagamente triangolare, esagonale.

 

 

Con la conquista napoleonica, nel Regno di Napoli venne introdotta una legge sui metalli preziosi di ispirazione francese, riformando così integralmente l’attività legata alla lavorazione dell’oro e dell’argento. Vennero infatti sciolte le Corporazioni e liberalizzato il mestiere di orafo. La Legge n. 242 del 17 dicembre 1808  fissò i nuovi titoli per l'oro e per l'argento.
Su ogni oggetto venivano impressi sempre tre marchi: quello del titolo di garanzia, quello del saggiatore stabilito dall’amministrazione della Zecca e quello del fabbricante. Per il titolo esisteva un unico marchio sia per l’oro che per l’argento, uguale per tutto il Regno di Napoli, che raffigurava un volto femminile, quello della sirena Partenope vista frontalmente. La testa della Partenope era accompagnata da numeri arabi dall’uno al cinque. I primi tre rappresentano i titoli legali dell'oro, il 4 e il 5  quelli dell'argento.


 

 

Questi marchi per metalli preziosi rimasero in vigore anche dopo la cessazione dell'occupazione francese, infatti dopo la restaurazione, in seguito alla constatata esistenza di false punzonature, vennero nuovamente cambiati i marchi da apporre sugli oggetti in oro ed argento. La Legge n. 881 del 15 dicembre 1823 introdusse un nuovo marchio: il profilo della testa di Partenope rivolta a destra, sempre accompagnata dai numeri arabi che indicavano i diversi titoli legali per l’oro e per l’argento. Accanto alla testa di Partenope veniva talvolta impresso l'emblema del saggiatore. Per gli articoli importati veniva aggiunta una E per evidenziare la provenienza estera.

 

 

Con decreto n. 723 del 26 gennaio 1832, per gli articoli realizzati nel Regno al di qua del Faro, venne stabilito di aggiungere, al punzone di garanzia, la lettera N per Nostrale, al fine di differenziare ulteriormente la produzione interna da quella estera.

 

 

 

 

Con l’unità d’Italia gli orafi napoletani mantennero i marchi precedentemente usati e ciò fino a quando venne introdotta la nuova normativa: la legge n. 806 del 2/5/1872 con la quale venivano resi uniformi i titoli dell’oro e dell’argento su tutto il territorio dello stato italiano. Il marchio che attestava il titolo veniva apposto sull’oggetto dopo che ne era stata riconosciuta l’esattezza dagli uffici di saggio. La caratteristica della norma era che il fabbricante non aveva l’obbligo di apporre il marchio di stato sugli oggetti di sua produzione ma poteva farlo facoltativamente e pagando i relativi diritti allo stato.

 

 

 

La Legge 05/02/1934 n. 305 introdusse un’ulteriore normalizzazione: il titolo era espresso in millesimi e, per l’oro era inserito in un esagono mentre per l’argento era racchiuso in un ovale. Il produttore veniva identificato attraverso numero identificativo inserito in una losanga al cui interno era inserita anche la sigla identificativa della provincia ed il fascio littorio. Rispetto alla precedente legge il marchio del produttore era obbligatorio mentre era facoltativo quello dell’ufficio del saggio dei metalli preziosi.

 

 

Il decreto legislativo  26/10/1944 n.313 introdusse, come unica modifica rispetto alla precedente norma, l’eliminazione del fascio littorio posto al centro del marchio d’identificazione del produttore.
Con la Legge n. 46 del 30/01/68 i marchi d’identificazione ed i titoli degli oggetti in metallo prezioso assumono la forma che oggi conosciamo, che non è stata successivamente modificata dal successivo Decreto Legislativo 251/99 che disciplina oggi la materia.

 


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